Onorevoli Colleghi! - È da tutti pacificamente accettato il principio secondo cui si debba procedere a un'adeguata «potatura» degli enti pubblici e parapubblici operanti in Italia, sia per razionalizzare la burocrazia sia per effettuare i dovuti risparmi. In tale prospettiva si rende opportuno rivedere istituti che avevano un tempo ragion d'essere, ma che, con il trascorrere dei decenni, non di rado si sono burocratizzati e sono divenuti fonte di spese autoperpetuantesi, talora senza nemmeno opportuni controlli.
È il caso dei consorzi di bonifica, disciplinati a tutt'oggi dalla cosiddetta «legge Serpieri», regio decreto n. 215 del 1933, che hanno dato - in passato - prova di saper sviluppare opere d'indubbia utilità, contribuendo alla bonifica di vaste plaghe del territorio nazionale, ma che particolarmente negli ultimi anni sono stati al centro di pesanti critiche, soprattutto da parte dei proprietari costretti a versare un'immotivata - e crescente - contribuzione a favore di tali enti. Sono ben note le polemiche relative ad opere giudicate faraoniche, a spese effettuate senza alcun controllo da parte delle regioni o della Corte dei conti, alla presenza numericamente inconsistente di contribuenti alle elezioni per il rinnovo degli organi consortili, all'imposizione sempre più elevata nei confronti dei proprietari extragricoli, all'individuazione del tutto impropria di supposti «benefìci» - poi sottoposti a contribuzione - di natura indiretta, perfino identificata con la salubrità dell'aria, al punto che si può parlare di «tassa sull'aria».
Nel contempo, sempre più ardua è risultata la collocazione di questi enti